On the road

Ogni viaggio ci offre la possibilità di “spostare il centro del mondo”. Troppo spesso, come osserva l’antropologo Marco Aime, finiamo invece per spostare il mondo in modo che il centro torni ad essere dove vogliamo noi.

Il viaggio disorienta, scombussola, ribalta le logiche, ti fa sentire vulnerabile. Ti sradica dalla tua comfort zone, ti porta ad osservare mondi diversi e a ridisegnare le mappe mentali attraverso cui interpretarli. Osservi l’“altro” e ti accorgi che ora l’“altro” sei tu, che siamo tutti stranieri da qualche parte. Io qui, tu là. Questo senso di vulnerabilità ti porta ad essere cauto, a camminare in punta di piedi e ad osservare te e gli altri. Gli altri intorno a te e te stesso in mezzo agli altri. Questo disorientamento ti invita a modificare il tuo sguardo, ad ascoltare le differenze, ma anche ad accorgerti che un sorriso è universale.

Ci si perde un po’, viaggiando. Non per ritrovarsi, ma per imparare a lasciarsi cullare da quel senso di disorientamento che a volte spaventa. Per imparare a rinunciare alla pretesa di voler capire a tutti i costi, e ad accontentarsi di meravigliarsi. Si può apprezzare l’alterità e farla propria anche senza comprenderla. In questo modo il “diverso” emerge dalle tenebre dei pregiudizi e perde la sua aurea spaventosa. Diventa affascinante. Si trasforma in bellezza.

Così il viaggio costruisce ponti tra luoghi vicini e lontani e rende possibile il dialogo tra mondi. Viaggiare è incontrare l’alterità per scoprire che è possibile essere simili e diversi allo stesso tempo, e che la possibilità di creare un dialogo nel caos delle culture senza cercare di mettervi ordine è la più grande ricchezza che possediamo.

Alice Gandossi
@alisgandossi

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Wearing Cultures