Muri, confini e porte

Trentadue anni fa, quando crollava il Muro di Berlino, pensavamo che fosse finita un’epoca. Ma era solo un nuovo inizio, scrive lo storico Carlo Greppi. Sono più di quaranta nel mondo le barriere che ancora oggi dividono popolazioni e paesi per ostacolare i flussi migratori, per creare dei confini o per difenderli. Oltre tre quarti di esse sono state innalzate dopo il 1989. Lasciate che ve ne racconti una.

Si dice che l’unico confine di un’isola sia il mare. Per Cipro però non è esattamente così. Trovandosi tra Europa e Asia, quest’isola rappresenta in un certo senso il confine stesso, oltre a portarlo dentro di sé. Non solo perché dal 1974 il suo territorio è nettamente diviso tra un nord turco-cipriota e un sud greco-cipriota, ma anche perché è un luogo di sovrapposizioni, di labirinti culturali, di discrepanze e incoerenze.

Ho conosciuto Nicosia nel 2019, grazie ad un progetto degli European Solidarity Corps che mi ha portata a vivere nella capitale cipriota per circa un anno. È proprio lì che vorrei portarvi ora con questo breve testo, nel cuore “spezzato” di questa città meravigliosa e controversa, spaccato a metà dalla cosiddetta “green line”, una barriera che di verde ha solo un poco di vegetazione, abitante solitaria di uno spazio che parla di guerra con una voce che sembra arrivare da molto lontano. Ma non è così remoto quel passato in cui una matita verde ha tracciato sulla cartina dell’isola la famosa linea che ha diviso la popolazione cipriota in due, allontanando due culture che fino ad allora erano vicine di casa. A seguito dell’invasione turca del 1974 la divisione venne resa tangibile da un muro in carne d’ossa. Da due muri, per la precisione: uno turco e uno greco, come a voler trasmettere un messaggio di separazione il più forte e chiaro possibile: ognuno con la propria cultura, il proprio territorio e il proprio muro, senza condividere nulla, nemmeno il muro che le separa. E nel mezzo la buffer zone, la terra di nessuno. Finestre sfondate si aprono sulle rovine di edifici che portano le cicatrici dei proiettili. Sacchi di sabbia e taniche riempite di cemento chiudono gli spazi lasciati vuoti da pietre e mattoni. Militari annoiati si intravedono dietro ai cancelli e al filo spinato.

Se ascoltiamo meglio, però, ci accorgiamo di un coro di voci capace di attraversare questi muri. Sono le voci dei murales che urlano “il vostro muro non ci dividerà”, “teach peace”, “no borders”, trasformando il dolore e la rabbia in disegni e parole, in un’arte che si fa portatrice di un messaggio potente e prezioso. Sono le voci delle persone che fanno domande perché non si accontentano di una sola versione della storia, e di coloro che sono disposti a raccontare e a confrontarsi. Sono le voci di coloro che vanno a vedere cosa c’è dall’altra parte, perché ora è possibile, a patto che si possiedano dei documenti in regola, attraversare il confine passando da uno dei checkpoint aperti nel 2003.

“Le divisioni esistono solo nel momento in cui le accetti”, ci ricorda l’autore sopra citato. Il primo passo verso la distruzione dei muri dei nostri tempi è forse quello di cercare di guardare attraverso, di ascoltare le voci che provengono dall’altra parte, di trovare modi per farle dialogare con quelle che stanno da questa parte del muro. Dichiariamo guerra a tutte quelle barriere che portano “lontano” un luogo che è a due passi da noi, a tutti quei muri che, con la pretesa di proteggerci, finiscono per imprigionarci in una realtà limitata e se abbattere un muro ci sembra un’utopia, iniziamo a disegnare delle porte.

Alice Gandossi
@alisgandossi

“Dice sempre mio padre,
bisogna amare la propria patria,
la mia patria è divisa in due.
Quale metà dovrei amare?”

Nese Yasin
Poetessa cipriota, 17 anni.

Effei Clothing

Wearing Cultures