Donne si diventa

Nel mondo delle donne esistono pochi paesi sviluppati, scrive la geografa Joni Seager. Ovunque le donne subiscono restrizioni sulla loro presenza nella vita sociale, sull’abbigliamento e sulla propria condotta pubblica o privata a causa di norme sociali giustificate dall’uso selettivo che le nostre culture fanno della biologia. Siamo stati abituati a pensare che il genere sia qualcosa di dato dalla natura. Moltissime società, specialmente quelle occidentali, considerano le caratteristiche maschili e femminili tratti innati e universali della personalità, determinati dal sesso biologico. Ma non è affatto così!

L’identità di genere è in realtà un prodotto profondamente culturale. È il risultato di un impegno attivo delle culture inteso a integrare, completare e interpretare differenze biologiche che non sono in grado di produrre di per sé alcun modello comportamentale, spiega l’antropologa Cecilia Pennacini.

Ciascuna società persegue così specifici modelli di donne e di uomini, creando due categorie chiaramente distinte e dai confini piuttosto rigidi. Vestiamo le bambine di rosa e i bambini di azzurro, regaliamo alle prime le bambole e ai secondi le macchinine, insegniamo alle femmine a inseguire specifici canoni di bellezza e ai maschi ad essere forti. Sembra addirittura ci siano professioni “più adatte alle donne” e altre “da uomini”, tanto che nella grammatica italiana, di alcune esiste solo la forma maschile o femminile. Sebbene lo facciamo in buona fede, indirizziamo le ragazze e i ragazzi verso percorsi tracciati dalle ineguaglianze di genere, e non stupisce il fatto che, più si sale nella scala della prestigiosità dei titoli, meno donne si incontrano. Siamo stati così condizionati a pensare che il potere è maschio, che una donna potente genera sorpresa o addirittura intimorisce. Eppure, le potenzialità di una persona non dipendono in alcun modo dal suo sesso.

Il problema del genere, come osserva la scrittrice Chimamanda Adichie, sta proprio nel fatto che stabilisce come dovremmo essere, invece di riconoscere come siamo. Dovremmo abituarci a pensare che il genere è invece qualcosa che “facciamo” piuttosto che un’entità o virtù che possediamo. Se ci liberassimo dalle gabbie che i ruoli di genere costruiscono avremmo più spazio per raggiungere le nostre piene possibilità.

E allora oggi arrabbiamoci, facciamo sentire la nostra voce. Contrastiamo la convinzione che certe qualità siano solo maschili e che “gli uomini sono uomini” e come tali sottoposti a regole più morbide. Respingiamo il collegamento tra sessualità femminile e vergogna. Opponiamoci anche all’idea che le donne siano moralmente migliori degli uomini, o che siano una categoria speciale. Le donne non hanno bisogno di essere difese o onorate, necessitano solo di essere trattate alla pari come esseri umani.

Impegniamoci a crescere delle figlie e dei figli femministi, ovvero capaci di dare alle vite delle donne lo stesso rispetto, attenzione e curiosità che le vite degli uomini normalmente ricevono. Insegniamo loro che “perché sei una femmina” non è mai una buona ragione. In nessun caso. Abituiamoli a contrastare i rigidi schemi dei ruoli di genere incoraggiandoli a guardare oltre, perché i loro sogni e le loro ambizioni, così come quelli di ognuno di noi, non dovrebbero mai essere condizionati o limitati da assurde idee preconcette.

Alice Gandossi
@alisgandossi

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