The danger of a single story

Viviamo in un mondo in cui identità, lingue e culture si incontrano, si scontrano, si sovrappongono e si confondono. Tuttavia, sebbene la globalizzazione abbia reso la diversità sempre più accessibile e “a portata di mano”, questa viene ancora troppo spesso percepita come qualcosa di lontano, sia geograficamente che ideologicamente. Qualcosa dai tratti necessariamente esotici, o addirittura spaventosi. Qualcosa di cui diffidare, per il semplice fatto che si allontana da quell’idea di omologazione che sembra definire la normalità.

La società ci dice chi dovremmo essere, come dovremmo essere, quali standard dovremmo incontrare. Sembra suggerirci come essere “normali” e di conseguenza accettati, e come non discostarci troppo dai profili considerati desiderabili e rispettabili. Eppure, se ascoltiamo bene, se non ci accontentiamo di adagiarci sulla superficie, se riusciamo a cogliere quella voce dentro di noi che ci invita a spingerci più in profondità, ci rendiamo conto che non esiste mai una singola versione, una sola storia di una persona, di una popolazione o di una cultura. E allora ciò che diventa spaventoso sono gli stereotipi, non più la diversità.

Non tanto perché gli stereotipi non siano veri – un fondo di verità in una certa misura esiste – quanto perché sono parziali, incompleti. Diventano pericolosi quando vengono elevati a “unica definizione possibile”, quando viene ignorato l’oceano di altre realtà in cui essi prendono forma. Quando rifiutiamo la storia unica, ci fa notare Chimamanda Ngozi Adichie in un suo meraviglioso intervento intitolato “The danger of a single story”, quando ci rendiamo conto che non esiste mai una storia sola riguardo a una persona, un luogo o una cultura, riconquistiamo una sorta di paradiso.

Nessuno è un essere unidimensionale. La pluralità, la diversità esistono prima di tutto all’interno di ogni mente e di ogni cuore. Non è solo là fuori.
Si parla sempre più di società in senso astratto, dimenticando a volte che la società siamo noi. Ognuno ne fa parte allo stesso modo. La società implica pluralità, e la pluralità, come osserva Walter Mignolo, parte dal riconoscimento del diritto ad essere diversi, proprio perché siamo tutti uguali.

Da sempre l’uomo si sposta, tra idee e paesaggi diversi, e la sua identità si costruisce ed esiste nella relazione, nell’incontro con altre identità. Siamo nati per fare rete, ci spiegano gli antropologi, per mettere in contatto realtà che non si conoscevano. In questo modo la diversità diventa ricchezza e occasione di crescita. E allora viaggiamo, non solo con il corpo, ma soprattutto con la mente. Cerchiamola, la diversità, facciamola nostra e raccontiamola.

Alice Gandossi
@alisgandossi

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