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Covid-19

“Evitate luoghi affollati”, “Evitate il contatto ravvicinato con altre persone”, “Lavatevi le mani”, “Evitate di viaggiare”, “Scuole chiuse”, “Lezioni sospese”, “Manifestazioni sportive rimandate”

Sono queste le parole che da qualche settimana sentiamo a casa, in televisione, tra amici. Come un eco/mantra che piano piano si è insidiato nel nostro cervello portando la maggior parte di noi ad avere paura e a chiedersi “Ma perché tutto questo allarmismo? Forse è grave, non gli ho dato il giusto peso e invece dovrei”.

Ed è così che comincia a nascere la PAURA – stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso; più o meno intenso secondo le persone e le circostanze, assume il carattere di un turbamento forte e improvviso quando il pericolo si presenti inaspettato, colga di sorpresa o comunque appaia imminente.

Si comincia a cercare il ‘colpevole’, a voler trovare a tutti i costi qualcuno a cui puntare il dito, qualcuno contro cui schierarsi, perché, come afferma Giancarlo Cerveri, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Socio Sanitaria di Lodi, “Quando si deve affrontare qualcosa di sconosciuto e pericoloso si fa forte la tentazione di cercare un capro espiatorio. La colpa di tutto quello che di male succede deve per forza essere dell’altro, di un alieno.”

Inizialmente, l’alieno era il cinese. Tutto ciò che riguardasse qualcosa legato alla loro cultura veniva eliminato e denigrato (“Non andate più a mangiare in ristoranti cinesi” “Non comprate più in negozi cinesi”), come se allontanandosi dal ‘pericolo’ tutto il resto del mondo fosse salvo. Nel peggiore dei casi si arrivava ad offendere verbalmente e ad aggredire fisicamente tutti coloro che ricordassero o somigliassero ad un cinese.
Noi qua, voi là.
Voli cancellati, negozi chiusi.
Problema risolto.
E invece, cominciano ad emergere i primi casi del “nuovo CoronaVirus” in Corea del Sud, in Francia, in Spagna, in Italia. L’alieno è più vicino. L’alieno diventiamo noi.
Alla paura si aggiungono la confusione e l’ansia, perché ora il ‘nemico’ è vicino, ora anche noi siamo vulnerabili, anche noi ci ammaliamo.

Il problema non è, come verrebbe normale pensare, la paura (perché, come molti studi di psicologia provano, anche se è un’emozione negativa, essa è utile alla sopravvivenza), bensì la disinformazione/malainformazione e la diffusione di questa.

Ci viene dato un elenco di cose che DOBBIAMO e NON DOBBIAMO fare. C’è chi, cosciente e informato, continua a vivere la vita, dando il giusto peso e la giusta rilevanza ad un ‘problema’ che è agli albori e che nessuno, per ora, sa se e quando verrà combattuto. C’è chi, invece, più superficialmente, dà peso solo alle cose sentite e lette in giro, senza andare a fondo, e dunque, facendosi influenzare e controllare da chi ha come obiettivo proprio quello di diffondere panico e disagio, portando al razzismo, alla discriminazione e alla cattiveria. Perché è questo che succede quando l’uomo non pensa razionalmente, ma è posseduto dalla paura, si convince di una realtà che gli fa comodo. E al momento, fa comodo avere un ‘alieno’ contro cui prendersela.

In realtà, come dice Giancarlo Cerveri, “la radice della paura in questo caso sta nell’irrazionalità e nella mancanza di empatia”.
Pertanto, dal momento che, per ora, non possiamo combattere il COVID-19, cerchiamo, almeno, di informarci; di non discriminare chiunque incontriamo per strada che sia diverso da noi ‘perché sei straniero ed è colpa tua se in Italia adesso c’è il coronavirus’; di aiutarci e di avere fiducia in noi stessi e negli altri.

«Bisogna avere fiducia e trasmetterla ed evitare comportamenti accusatori. A chi è spaventato e si comporta irrazionalmente, si deve dire: capisco le tue paure, ma io farò la mia parte e tu riuscirai a fare la tua. Insieme ce la faremo. Così si può spegnere il virus della paura e accendere i lumi della ragione». (Giancarlo Cerveri)

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