Un caos di culture

Oggi come ieri, il mondo è un “caos” di culture, di infinite diversità che si spostano, si conoscono, si frequentano, si cambiano e si scambiano in modo cosciente o inconscio. Da sempre l’essere umano migra.

Sebbene l’intensità e la velocità dei flussi di persone siano incrementate notevolmente negli ultimi decenni, i fenomeni migratori e i loro effetti si sono generati contemporaneamente alla comparsa dell’uomo sulla terra. Diversi studiosi hanno sostenuto che la migrazione, proprio per il suo carattere universale, sia parte dell’istinto umano. Come gli animali migrano in cerca di cibo e condizioni climatiche migliori, nel corso della storia l’uomo ha intrapreso viaggi che lo condussero ad insediarsi in diverse aree geografiche dove la vita era più favorevole.

Il “caos” delle culture può sembrare dunque un fenomeno nuovo, un esito più o meno desiderabile della globalizzazione, ma la verità è che è sempre stato in fermento, e da sempre esercita un ruolo estremamente rilevante nello sviluppo umano ed economico.

Realtà e interpretazioni differenti si trovano così a coesistere negli stessi tempi e negli stessi spazi, e a relazionarsi tra loro senza necessità di annullarsi, perché la relazione è possibile solo se esistono termini diversi. Vivere significa migrare, scrive Edouard Glissant: ogni identità è una relazione. Pensare alla relazione come costitutiva del proprio essere può forse sembrare un passo verso la separazione dalla propria identità, verso la diluizione dell’essere, verso lo spaesamento.

Ma il “diverso” non cancella la nostra identità, né la diluisce. Al contrario, ci offre l’opportunità di arricchirla. Abbandoniamo la paura di perderci, e corriamo il rischio di cambiare accogliendo la possibilità di trovarci e di crescere. Non lasciamo che le nostre radici sprofondino nel buio atavico delle origini alla ricerca di una pretesa purezza, ci avverte l’appena citato saggista caraibico. Proviamo invece a vederle come rami di una pian¬ta che si allargano in superficie per incontrare altre radici e stringerle come mani.

Riconoscere l’importanza di ogni frammento del coloratissimo caleidoscopio dello scenario culturale del mondo è dunque necessario, sebbene la mente occidentale, abituata a “mettere ordine”, fatichi ad assimilare questa molteplicità. Ma il caos delle culture non ha bisogno di essere “riordinato”. Necessita invece il riconoscimento di ogni suo elemento come ugualmente necessario. Non c’è razza, scrisse Aimé Césaire nel suo famoso poema Diario di un ritorno al paese natale, che abbia il monopolio della bellezza, dell’intelligenza e della conoscenza. C’è un posto per tutti ai rendez-vous della vittoria umana.

Alice Gandossi
@alisgandossi

Consiglio di lettura:
Spostare il centro del mondo, Ngugi wa Thiong’o

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