#BlackLivesMatter

#BlackLivesMatter

“Tanto sono solo bambini.” La risposta che troppe volte i genitori usano per giustificare un comportamento sbagliato dei loro figli.

“Vostro figlio ha lasciato un amichetto senza caramella!”
“Vostro figlio ha rubato il giocattolo al compagno perché non voleva ci giocasse!”
“Vostro figlio continua a prendere in giro il compagno con i suoi amici, perché è nero!”
“Ma non l’ha fatto apposta, sono solo bambini.” E’ la risposta dei genitori.
È vero, sono solo bambini. Bambini che, da adulti, si ritroveranno ad essere espressione di ciò che i genitori gli hanno comunicato e trasmesso.

George Floyd, un afroamericano ucciso il 25 maggio 2020 a Minneapolis.
Breonna Taylor, una donna afroamericana uccisa il 13 Marzo 2020 a Louisville.
Ahmaud Arbery, un afroamericano ucciso il 23 Febbraio 2020 a Brunswick.
Eric Garner, un afroamericano ucciso il 17 Luglio 2014 a New York.
Trayvon Martin, un afroamericano ucciso il 26 febbraio 2012 a Sanford.
Sono questi alcuni nomi che hanno portato alla creazione del movimento Black Lives Matter, fondato da Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi.
#BlackLivesMatter, l’hashtag che supporta le proteste e le battaglie che stanno avvenendo in America contro il razzismo.

La Razza è un insieme di caratteristiche fisiche, culturali e psicologiche, che definiscono, all’interno della specie umana, dei sottoinsiemi specifici e riconoscibili considerati diversi l’uno dall’altro.
Il termine Razzismo si riferisce a un’idea, spesso preconcetta e comunque scientificamente errata, che la specie umana possa essere suddivisibile in razze distinte (razze migliori e razze peggiori, razze superiori e razze inferiori.)

Il razzismo non è lontano da noi, non dobbiamo abituarci all’idea facendo finta di nulla per ricordarcene solo quando ci sono eventi eclatanti. Secondo Martin Luther King, la moderazione di fronte all’ingiustizia è peggiore dell’ingiustizia stessa.
Non dobbiamo porci delle domande solo quando ci si presenta il problema, al contrario, dovremmo chiederci come, tutti i giorni, far fronte e combattere questi preconcetti cosi sbagliati.
Non sarà dicendo “Io non sono razzista” o facendo repost di un video agghiacciante che avremmo dato il nostro contributo, o meglio, non solo. Definiamo diversa una cosa rispetto ad un’altra pensando di essere noi stessi gli unici a conoscere la normalità. Ma il mio diverso è il tuo normale. Ma chi decide cosa è diverso? Chi decide cosa è giusto e cosa no? Chi decide quale sia la razza superiore e quale quella inferiore? Siamo sicuri che alla base del razzismo ci sia veramente il pigmento della pelle? Forse, come sostiene Umberto Galimberti, alla base di tutto ciò c’è il timore di perdere i propri privilegi, il timore del declassamento e della perdita della nostra identità e ricchezza, «perché tutti sappiamo che una ricchezza è tale non quando la si possiede, ma quando si è in grado di mantenerla.»?

«Quando Cristoforo Colombo, all’alba del 12 Ottobre 1492, incontrò i primi indigeni nella piccola isola dei Caraibi da lui battezzata San Salvador avvenne che: l’uomo incontrò se stesso e non si riconobbe. A rendere fallimentare quell’incontro, oltre al condizionamento etnocentrico per cui l’europeo quando pensa all’uomo pensa solo all’uomo occidentale, oltre alla teologia della dominazione mascherata dalle false spoglie della teologia della redenzione, c’era anche la qualità culturale degli indigeni che, per effetto del loro immaginario religioso, scambiarono i conquistatori con gli dèi tornati dopo un lungo esilio. L’una e l’altra cosa fecero sì che l’europeo davanti all’indiano vide uno ‘schiavo’, e l’indiano davanti all’europeo vide un ‘dio’. Nessuno, di fronte all’uomo, riconobbe l’uomo, perché nessuno seppe accogliere la diversità e l’alterità come dei valori. […] Sotto questo profilo la scoperta del “Nuovo Mondo”, come allora veniva chiamata l’America, non è il ricordo di un passato da cui ci siamo emancipati, ma la drammatica scoperta di un presente, di un terribile presente che non ci abbandona. Come per Colombo, anche per noi gli altri non ci sono o, se ci sono, non sono simili a noi.»
“I miti del nostro tempo”, Umberto Galimberti.

Si è soliti dire che per capire veramente una situazione la si deve provare in prima persona. Pensiamo quindi sia giusto non parlare per tutti coloro che questa discriminazione la vivono tutti i giorni, ma parlare a chi, pur non vivendola direttamente, possa realmente comprendere che questa idea c’è, ancora oggi in un mondo che definiamo globalizzato, ancora oggi che adoriamo descriverci “openminded”, ancora oggi che prendiamo così tanti treni, ma il posto vicino lo riserviamo sempre a chi ha il nostro stesso colore di pelle.

“Tanto sono solo bambini” È vero, sono solo bambini. Bambini che, da adulti, si ritroveranno ad essere espressione di ciò che i genitori gli hanno comunicato e trasmesso.
È così facile abbattere muri, ma potrebbe essere ancora più facile abbattere i pregiudizi.

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